Missione siamese 4/4

scritto da Rubrus
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Fa troppo caldo per un testo breve.
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Testo: Missione siamese 4/4
di Rubrus

Carlo Benzi, scrittore d'insuccesso e ispettore per una catena di autogrill, si trova imprigionato in una stazione di servizio fuori mano. Molto fuori mano. Vecchietti che sembrano usciti da un vecchio western, ex atlete finite su una strada eccezionalmente brutta e fuori mano, blob da vecchio film di SF... e Guy Calloway, personaggio, creato dallo stesso Benzi, che sembra deciso a non restare solo un personaggio. 

XVI

«Il problema è arrivarci, a quel dannato fucile».
Stumpy dispiegò sul bancone il foglio dove aveva disegnato una rozza mappa della stazione di servizio. Loro si trovavano nella gamba più lunga della “L”, comprendente la tavola calda e l’emporio, che costituivano un unico locale, e i servizi esterni. L’autofficina, da sola, occupava la gamba più corta.
«Raggiungere l’officina non è difficile» proseguì il vecchio. «Basta salire dal retrobottega in casa mia, e poi calarsi da una delle finestre al primo piano. Quello là non si accorgerebbe di niente».
Carlo soppesò un istante, e con terrore, la possibilità che Guy Calloway avesse poteri telepatici, poi la escluse. Se ne sarebbero accorti. La minaccia di distruggere lo smartphone era stata un bluff, ma aveva funzionato.
Il dito nodoso di Stumpy tracciò una linea sul retro della stazione di servizio. «Una volta usciti, basta passare qui dietro: un gioco da ragazzi. Poi però arriva il difficile» sospirò. «L’autofficina ha delle sbarre alle finestre. Inutili, dato che non c’è nulla da rubare, ma i nuovi proprietari hanno insistito perché le mettessi».
Ecco, questa sarebbe una nota di merito pensò Carlo spero proprio che alla Petrox riusciranno a leggerla. Guardò lo smartphone. Aveva meditato di fracassarlo – era sopravvissuto a parecchi urti, è vero, ma questo non provava che fosse indistruttibile – ma poi si era chiesto come avrebbe reagito Calloway una volta che fossero stati privi della loro arma di ricatto, e aveva scartato l’idea.
«Si deve girare l’angolo uscendo allo scoperto. A quel punto è impossibile non essere visti».
«Non si è mai mosso da sotto la pensilina» disse Engine. Aveva lasciato il posto di guardia e ora stava china sulla mappa, accanto a Carlo. I suoi capelli rilasciavano un tenue odore di pino, come se preferisse shampoo maschili.
«Il fucile è nascosto in fondo all’armadietto accanto all’ingresso, dove ci sono gli attrezzi che non uso mai. È chiuso con un lucchetto, ma ho qui la chiave».
«Che marca?» chiese Engine.
«Dragunov. Cento metri di gittata. Lo usavo per i caprioli. Le pompe le colpisce di sicuro».
Engine lo guardò.
«Lo pulisco e lo ingrasso come si deve» disse Stumpy. Carlo fu certo che fosse così. Il vecchio sapeva che la gamba non sarebbe mai tornata a posto e che, in ogni caso, lui era troppo anziano, tuttavia non riusciva a rinunciare a quel rito. È questo che ti tiene qui, vero? pensò il ricordo di quando andavi per i boschi, o la speranza, o l’illusione, parole che troppo spesso sono sinonimi. Questa è la felicità da cui non riesci a separarti. La zavorra che ti attrae dentro il buco nero. O giù per lo scarico del wc. «Non è quello il problema» concluse, piccato.
«Il problema», disse Carlo con un tono stridulo che non gli piacque affatto, «è che non posso sgattaiolare dentro l’officina, prendere il fucile, caricarlo e sparare sperando che Guy Calloway se ne stia con le mani in mano».
«Non era a te che pensavamo» disse Engine. «Tu devi soltanto distrarlo».
Triathlon, già. Lei era stata quasi una campionessa, mentre lui…
«No, figliola» fece Stumpy. «Io non conosco quel figlio di buona donna come lo conoscete voi, ma non mi pare scemo».
Un tuono. Così forte da far tremare i vetri. Qualcosa, probabilmente un piccolo oggetto di plastica, a giudicare dal rumore, cadde da uno scaffale.
Engine afferrò la mappa.
«C’impiegherò cinque minuti. La parte più difficile è entrare nell’autofficina. Se sono abbastanza fortunata, Calloway non se ne accorgerà: avrò tutto il tempo di prendere il fucile e sparare da dietro un angolo. Avrò solo un colpo a disposizione, mai il vero problema è che tu devi tenerlo molto impegnato. Non azzardarti ad affrontarlo fisicamente. A parte il fatto che saresti troppo vicino alle pompe, non riuscirei neppure a caricare prima che lui ti faccia fuori in un modo pittoresco. C’è un vecchio detto secondo il quale quando si spara non si parla, si spara… perciò fallo parlare, e questo vuol dire che dovrai chiacchierare meglio di quanto scrivi».
«E io?» chiese Stumpy. Le parole “non lasciatemi indietro” erano leggibili sul volto rugoso come incise nella pietra.
Engine indicò le lampade ad acetilene nel corridoio. «Ne hai qualcuna a cherosene?».
Il vecchio annuì.
«Tu di occupi del piano B. Se qualcosa va storto, prendi una di quelle, avvicinati più che puoi e tirala contro le pompe. Potrebbe funzionare».
Stumpy emise un borbottio soddisfatto. Una possibilità era pur sempre meglio di un’illusione. Non c’era nessuna garanzia di non venire trascinato giù nello scarico, ma ci si finiva con animo diverso.
«Be’», disse Engine, «con questo mi pare che abbiamo pensato a tutto. O meglio, ci saranno anche idee migliori, da qualche parte, ma non abbiamo il tempo di andare a cercarle».
Carlo non disse nulla. Avrebbe voluto tirare fuori qualche frase memorabile, ma non gli veniva in mente niente. Per uno che avrebbe dovuto risolvere la situazione a suon di chiacchiere, non era un inizio incoraggiante.
Si alzò e andò alla vetrina per controllare se Guy Calloway era ancora al suo posto e lo vide. Stava immobile sotto la pensilina e sembrava sprizzava energia come una batteria sotto carica.
Guardò per terra e vide che il pupazzo di Goldrake era caduto. Ecco spiegato il tonfo di poco prima. Lo raccolse, non riuscendo a trattenere un gemito mentre si chinava.
Rialzandosi, vide che Callloway era sparito.

XVII

Carlo andò verso il bancone della cucina, aspettandosi di trovare Stumpy, ma incontrò Engine. Stava china, in ascolto. Con una mano, gli fece cenno di non fiatare. «Deve essere entrato in casa passando da una delle finestre del primo piano» bisbigliò.
Naturale. Proprio lui si aspettava che Guy Calloway se ne stesse con le mani in mano? Soprattutto se era capace (come lo era: Carlo non si era mai dilungato troppo su come il suo eroe potesse penetrare nei luoghi più protetti: aveva sempre dato per scontato che, per Calloway, aprire qualunque serratura fosse appena un po’ più difficile che svitare un tubetto di dentifricio).
Udì il ticchettio dei suoi passi al piano di sopra. Avrebbe potuto non farsi sentire, se lo avesse desiderato, solo che non voleva: gli piaceva giocare al gatto col topo. Eh sì, avevano ragione i suoi nemici e pressoché tutte le sue conquiste femminili: Guy Calloway era un gran bastardo.
Si guardò in giro alla ricerca di Stumpy, e, per un istante, sperò che il vecchio cacciatore (di frodo, c’era da scommetterci) avesse qualche altra arma, in negozio, poi fu colto da un altro, raggelante pensiero: Calloway aveva preso Stumpy in ostaggio.
Invece, udì il passo strascicato del vecchio che li raggiungeva, uscendo dalla parte di corsia al buio.
Non aveva un fucile.
Trascinava dietro il gigantesco orso di pezza che, prima, stava davanti alla porta del gabinetto.
«Ehi!» gridò il vecchio.
Stumpy raggiunse la zona illuminata e Carlo si accorse che il verbo “trascinare” che gli era venuto in mente prima, era sbagliato.
L’orso di pezza camminava.
Lentamente, come un paralitico, o come se le sue zampe fossero immerse nell’acqua, ma camminava.
«Ehi tu, bastardo!» urlò Stumpy (evidentemente, che Calloway fosse un bastardo era un fatto notorio) «Fuori da casa mia!».
I passi, di sopra si fermarono.
«Se entro cinque minuti non ti vedo vicino alla pompa di benzina, in bella vista, lo lascio andare».
Non si sentì nulla.
«Ok, mi hai convinto. Facciamo quattro minuti».
L’orso rugliò.
Era un rumore simile al verso che avrebbe potuto produrre un vero orso. Un ringhio sordo e iroso, in cui non c’era nulla che potesse sembrare di pezza.
Gli occhi di plastica brillarono.
Guy Calloway rise. La risata era umana, ma si percepiva un ribollio, sotto, come se venisse dal fondo di una palude.
«Ok, siamese, uno a zero per te! Mi piace quando il gioco si fa duro. Perché lo sai cosa succede in questi casi, vero?».
«Tre minuti e mezzo. Il mio orologio va avanti».
Si sentirono dei passi, poi più nulla.
Stumpy fece cenno a Engine di andare alla vetrina. Lei ubbidì.
Dopo un po’ si udì il rumore di una finestra che veniva sbattuta.
Engine si voltò verso di loro e annuì.
Carlo guardò Stumpy. Era pallido e sudato e si teneva una mano sul petto. Sembrava che stesse per avere un infarto.
L’orso di pezza pendeva abbandonato al suo fianco come un mucchio di stracci. Carlo notò che in un paio di punti usciva l’imbottitura, tuttavia non dubitò di quello che aveva visto pochi istanti prima. Era successo. Era successo davvero.
«È vecchio, ormai» disse Stumpy. «Come il sottoscritto». Si toccò la gamba malata. «Quando mi ha fatto questo era un gran brutto cliente, te lo garantisco. Avrebbe dato del filo da torcere a quello là. Adesso, se lo avessi lasciato andare, non sarebbe arrivato alla porta. Per fortuna il tuo amico non lo sa». Gli passò una mano sulla testa. «D’altra parte, io gli ho restituito il favore, quindi non glie ne faccio una colpa». Carlo ebbe l’impressione di scorgere uno scintillio negli occhi dell’orso, ma, stavolta, era davvero un riverbero della fiamma tremolante delle lampade.
«Io zoppico dalla parte destra, lui dalla sinistra, così abbiamo… come dire… trovato un compromesso. Come dire… in ogni problema c’è almeno una soluzione e in ogni soluzione almeno un problema». L’orso non dette segni di vita. In ogni soluzione c’era un problema. Per fortuna Guy Calloway lo ignorava.
«Vai a controllare se il tuo gelatinoso amico mantiene la parola» disse Stumpy «Io rimetto Teddy davanti alla porta del gabinetto. Ai blob piace passare nelle fogne».
Zoppicando, il vecchio tornò sui propri passi, trascinando (Teddy). Una zampa dell’orso era storta, come se fosse stata riattaccata alla bell’e meglio.
Per fortuna in ogni problema c’era una soluzione.

XVIII

Guy Calloway non era ancora giunto alla pensilina.
Ci girava intorno, come se volesse dire che ci sarebbe arrivato quando avrebbe fatto comodo a lui.
«Dovrei poterlo controllare: dopotutto è una mia creatura. Invece non è così» disse Carlo.
Guardò Engine, in piedi accanto a lui. «Hai detto che non ti sono piaciuti. Be’, vorrei che me lo avessi detto prima. Vorrei che me lo avessero detto prima. Anzi no. Avrei voluto stare a sentire quando me lo dicevano. Almeno non li avrei scritti. Almeno non saremmo in questo casino».
Engine si voltò verso di lui di scatto «Sai che cosa non mi piace dei tuoi libri? I rapporti umani. Il modo in cui li tratti. È come se ne avessi paura e ci passassi sopra con un bulldozer per seppellirli e nasconderli ben bene».
Carlo sgranò gli occhi. Stavano davvero parlando di questo? «L’editore mi diceva sempre che voleva azione». Per un istante, ebbe l’impressione di essere finito in una serata di presentazione che aveva preso una brutta piega.
«Balle» disse Engine «Anzi, una scusa. Peggio. Una scusa comoda. Posso sopportare che il protagonista sappia pilotare aerei, guidare una formula uno, nascondersi meglio di un ninja e ballare come un étoile del dannato Bolshoi. Posso sopportare che sappia tutto di microspie, armi medievali giapponesi, oreficeria e politica internazionale. Che sappia praticare qualunque arte marziale con la stessa bravura con cui pratica il Kamasutra. Posso sopportare tutto questo. Fa parte del gioco e ogni libro, in fondo, non è che un gioco. È un’altra la cosa che non sopporto». Esitò, come chiedendosi se era il caso di vuotare il sacco, poi sembrò decidere per il sì. Dopotutto, ne aveva passate di peggio. Ne stava passando di peggio.
«Le persone pensano» disse «E sentono. E sono fragili. Tutte. Cambia solo il punto di rottura».
Indicò Calloway. Aveva raggiunto la pensilina e si era messo nello stesso punto di prima. Stava senz’altro esercitando qualche altro sistema per entrare «Lui no» concluse Engine. «Per questo è un mostro».
«Non sono uno scrittore, mi pare di averlo già detto. Sono…».
«Anche io mi sono chiesta chi fossi» lo interruppe Engine «Per questo ho letto tutti i tuoi libri…sì, accidenti, ho mentito, prima: li ho letti tutti. Mi chiedevo che razza di uomo potesse essere così intelligente e così stupido allo stesso tempo».
«E mi sa che hai trovato la risposta. Sono...» avvertì un groppo alla gola, uno bello grosso, delle dimensioni di una palla da tennis. Deglutì, chiedendosi, allo stesso tempo, perché dovesse farlo: non era John Wayne, lui. Non era un tizio grande e grosso che metteva a posto le cose, quindi poteva anche mettersi a piangere. E forse non era sbagliato. Se - come aveva detto lei? - se nascondere le proprie fragilità poteva dar vita a una cosa come quella là fuori, allora l’unica alternativa era frignare e aspettare che gli altri mettessero le cose a posto. Perché, che cos’altro era capace di fare, lui?
Avvertì il singulto salirgli alla gola come un treno che corresse a tutta birra dentro una galleria, poi, sulla spalla, il debole pugno che Engine gli aveva appena sferrato.
«Ehi» disse lei «Facciamo tutti degli errori. Ma non siamo i nostri sbagli. Io non sono i miei errori. E neanche tu».
Il treno nella gola di Carlo si arrestò, come se avesse trovato sui binari un ostacolo imprevisto.
«E adesso vado a cambiarmi» fece lei «Correre con queste scarpe sì che sarebbe uno sbaglio».

XIX

Engine tornò dopo qualche minuto.

Aveva sostituito i jeans con pantaloncini da corsa e messo scarpe da jogging. Aveva gambe muscolose e abbronzate e Carlo si chiese se corresse. Probabilmente sì. Stumpy oliava il suo fucile anche se sapeva che non avrebbe cacciato mai più, Engine si allenava per una gara cui non avrebbe mai partecipato, e lui?
«Sognavo di fare l’astronauta» disse. Indicò Goldrake «Era lui la ragione. Mi ero fatto l’idea che lo spazio fosse pieno di mostri e non desideravo altro che volare tra le stelle e combattere il male. Gridare “Tuono spaziale!” e distruggere i mostri»- Accennò a Calloway. «Se è vero che siamo siamesi, dovrei avere anche io un potere. Una capacità uguale e contraria, in grado di pareggiare i conti. Continuo a pensarci, ma non mi viene in mente niente. Forse non in tutti i problemi c’è una soluzione».
Si rese conto di stare ancora fissando le gambe di Engine e distolse lo sguardo. Spostandolo sul viso di lei, si accorse che era arrossita. Un fenomeno strano, in chi faceva il mestiere, o forse no. Il pudore, e i sentimenti in generale, erano una cosa complicata, come le geometrie non euclidee.
Si accorse che gli sarebbe piaciuto continuare a guardare quel rossore, anche per tutta la vita. Complimenti per il tempismo, amico.
Nelle storie di Guy Calloway, le donne cadevano, non di rado letteralmente, ai piedi del suo eroe e lui liquidava la faccenda parlando, quando era in vena di romanticherie, di “colpo di fulmine”, ma, nella realtà, queste cose non accadevano. O forse sì. Non poteva essere un fenomeno più raro che venire risucchiati in un vortice interdimensionale.
«Mi dispiace» disse «Mi dispiace per tutto».
Engine allungò una mano verso il suo viso. «Sei una persona migliore di quel che vien fuori dalle tue storie» disse. All’ultimo secondo, la carezza divenne un buffetto «ma per queste faccende non ci sei tagliato».

XX

Il cielo sopra la stazione di servizio era sereno, di un nero assoluto, delimitato da un perfetto anello di nubi.
Carlo uscì dalla tavola calda. La campanella tintinnò.
Se quella fosse stata una storia di Guy Calloway (“Missione Siamese”, per esempio, e se la sarebbe fatta piacere anche se si fosse conclusa con quel vecchio artificio “era tutto un sogno” - anzi, gli sarebbe piaciuta soprattutto se fosse finita così) quelli sarebbero stati i capitoli finali, con l’eroe e il cattivo finalmente faccia a faccia.
Solo che, stavolta, era difficile stabilire chi fosse l’eroe e chi il cattivo. Probabilmente dipendeva solo dalla posizione rispetto alla canna della pistola.
Avanzò verso Calloway, lo smartphone ben visibile in mano.
Cinque minuti, Engine aveva detto cinque minuti. Sarebbe stato capace di parlare per cinque minuti, almeno quello?.
Senza volerlo, alzò lo sguardo, come in cerca di ispirazione. Le nuvole turbinavano attorno alla zona serena, e così i fulmini. Saettavano descrivendo circonferenze perfette simili anelli luminosi su un dito oscuro, puntato verso un altro mondo.
«Dracula» disse Guy Calloway uscendo da sotto la pensilina.
Carlo sbatté le palpebre, come se si destasse da un sogno.
«La frase sull’insegna» disse Calloway «è di “Dracula”. Il saluto che il conte rivolge a Jonathan Harker quando lui arriva al castello. Non mi dire che non te lo ricordavi».
Si fece avanti. Il vestito non era più lo smoking di poco prima. Somigliava piuttosto a una tuta mimetica. Una tenuta simile a quella indossata in “Guy Calloway e il Serpente di Smeraldo”, la sua prima avventura. Solo che, su quell’abito, le macchie si muovevano.
«Ho sempre pensato che sia una frase ambigua» proseguì Calloway. «È un avvertimento, Il conte dice a Harker che, varcando quella soglia, perderà un bel po’ della sua felicità, ma, letta in un certo modo, può voler dire anche che Dracula desidera solo che i viandanti gli lascino anche solo un minuscolo frammento della loro gioia, prima di proseguire. Io ci vedo dentro parecchia solitudine».
Dovremmo cercare di accopparci e invece stiamo qui a parlare di letteratura. Il romanziere che ha scritto questa roba deve essere decisamente fuori di testa. O magari no. Dopotutto non è tanto strano. Non se lui è, o è anche, una creazione letteraria. Non se siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni.
«Dammelo» disse Calloway accennando allo smartphone.
Improvvisamente, Carlo si rese conto che non voleva.
Non gli andava di separarsi dalle avventure di Guy Calloway e non importava che altre copie fossero tuttora in circolazione nelle edicole e nelle librerie dell’usato o, più probabilmente, a fare muffa in qualche magazzino cimicioso. Non c’è muffa, nelle librerie digitali... avanti, bello, pensa. Ci sei quasi. Non siamo al “fuocherello”, ma non ti pare che l’acqua si stia scaldando? Magari in tutti i problemi c’è una soluzione. Che ogni soluzione presenti dei problemi pare ormai assodato. E anche che tu non sei solo i tuoi errori.
«Perché lo vuoi?» domandò. Cinque minuti. Quanti ne erano passati? Due? Si rese conto che, venendo verso di lui, Calloway si era allontanato dalle pompe. Oh, se Engine le avesse colpite, il botto ci sarebbe stato, e anche un bello spostamento d’aria, ma le fiamme sarebbero arrivate fin lì?.
«Diamine, siamese, è la mia vita. Dovresti saperlo. Io me ne sono accorto subito quando… quando sono arrivato qui».
Guardando dietro le spalle di Calloway, Carlo scrutò l’ingresso dell’autofficina. Era buio e non si vedeva nessuno, ma l’idea era proprio quella: non si doveva vedere nessuno, soprattutto ex quasi olimpioniche con un fucile. Sollevò lo smartphone.
«Quando lo uso tu arrivi? Funziona così?». È una domanda retorica, ma va benissimo per fare conversazione, dato che sono passati circa quattro minuti da che sei uscito. Anzi, già che ci sei, potresti fargli vedere l’app “Guy Calloway”, ne sarà felicissimo. A proposito: ti è arrivata un’altra app., non è vero?.
«Non avevi il diritto di buttare la mia vita nel cesso. Anche se sono più in gamba di te, non è un motivo sufficiente per odiarmi. Non perché io sono quel che tu sogni di essere, ma non osi».
Fuocherello. Anzi. Piuttosto una scintilla. Una luce rapida e accecante come un lampo. Un’idea iniziò a prendere forma nella mente di Carlo, dove il criceto aveva smesso di girare a vuoto. Era un’idea pazzesca, ma tutta quella storia lo era e quindi poteva funzionare.
«Se te lo do, ci lascerai andare?». Conversazione, semplice conversazione e i cinque minuti stavano per passare. Gettò un rapido sguardo verso l’ingresso dell’autofficina e pregò che il vecchio Stumpy non avesse esagerato sulle capacità del suo fucile.
Calloway allungò una mano.
«Non lo so, siamese. Tutto quello che voglio è evitare di girare in tondo prima di finire nello scarico del cesso, ma non so se vi lascerò andare. SOPRATTUTTO PERCHÉ NON VI STATE COMPORTANDO MOLTO BENE!».
Calloway allungò una mano. Ancora.
Il suono ricordava un po’ lo schiocco di una frusta e un po’ quello dell’elastico di una fionda. Il braccio di Guy Calloway si protese verso l’ingresso dell’autofficina, distendendosi di una ventina di metri, come la lingua di un assurdo camaleonte.
Ho sempre odiato Mister Fantastic pensò Carlo.
Si udì il rumore di una breve colluttazione, poi Calloway, avvolgendo quell’assurdo braccio / tentacolo, trascinò Engine fuori dall’autofficina. L’arto le si era attorcigliato addosso, imprigionandole le braccia come un grottesco serpente e, contraendosi, la costringeva a roteare su se stessa come uno jo-jo umano, ridicolo e spaventoso allo stesso tempo.
Lame rotanti, pioggia di fuoco, maglio perforante...
A un certo punto parve che Engine riuscisse a liberarsi. Sciolse un braccio dal viluppo e puntò i piedi a terra, come un vitello che resiste alla catena con cui lo trascinano al mattatoio. Guy Calloway grugnì per lo sforzo, ma per il resto la lotta si svolgeva nel più assoluto silenzio, se si escludeva il continuo, crescente rombo dei tuoni. Engine si chinò e Carlo vide che protendeva le mani verso il fucile.
Fece per correre a raccoglierlo, ma, con un ultimo strattone, Calloway tirò Engine verso di sé. La donna urlò mentre veniva sollevata da terra e, in un attimo, si trovò imprigionata nella stretta di Calloway. Il braccio aveva ripreso l’aspetto di un normale arto umano, come se nulla fosse successo.

XXI

«Guardavi troppo spesso da quella parte» spiegò Guy Calloway.
Aveva il sorriso beffardo che Carlo conosceva bene, avendolo descritto tante volte. La smorfia di chi, nelle circostanze più disperate, ha tutto sotto controllo perché, malgrado le apparenze, possiede un’arma segreta che gli consentirà di ribaltare la situazione. Il ghigno di chi non deve chiedere mai.
Maglio perforante, raggio antigravità, boomerang elettronici…
Engine imprecava, snocciolando tutto il repertorio di insulti che aveva imparato in anni di professione e, probabilmente, coniandone qualcuno sul momento.
Calloway la girò verso di sé.
«Piacere, baby. Il mio nome è Calloway. Guy Calloway».
Aveva urlato e Carlo si rese conto che il frastuono era insostenibile. Il cerchio di cielo sereno si era allargato e schiarito, tanto che qui e là lumeggiavano alcune stelle (anche se, di quale mondo, nessuno avrebbe saputo dirlo), ma la tempesta, o qualunque cosa fosse, si era abbassata, come se volesse cadere loro sulla testa. Probabilmente il fatto che Carlo e Calloway fossero così vicini ne aveva accresciuto la violenza. I fulmini (boomerang elettronici, alabarda spaziale, tuono spaziale) erano una linea continua e circolare, senza più traccia di intermittenza, e i tuoni un rombo ininterrotto, come quello di un aereo che scalda i motori prima di decollare per chissà dove. Spruzzi di pioggia sfuggivano al vortice di nubi, colpendo Carlo con staffilate gelide.
Le labbra di Calloway si protesero verso quelle di Engine. Lei gridò, stavolta di puro terrore. La bocca di Calloway si allungò formando una proboscide nera e iridescente.
Poi si udì un altro urlo.
Stumpy uscì dalla tavola calda correndo verso Calloway con un curioso passo saltellante. Teneva il braccio sinistro proteso in avanti per bilanciarsi e, nella mano destra, reggeva una lampada, come un lanciatore di giavellotto.
Calloway si girò verso di lui continuando a reggere Engine che, riversa, ricordava certe damigelle in pericolo ritratte sulle riviste pulp degli anni ‘30.
Stumpy scagliò la lampada.
Calloway sputò.
Un bolo nero e sfrigolante colpì la lampada, che già aveva iniziato la parabola discendente, incenerendola.
Ci fu una vampata improvvisa, seguita da un intenso odore di zolfo. I frammenti di metallo della lampada caddero al suolo, distorti e roventi.
Calloway abbassò la proboscide nerastra, simile a un minuscolo fusto di cannone, che aveva al posto della bocca (stava per baciare Engine – pensò Carlo – raggi cosmici, maglio perforante, alabarda spaziale), puntando Stumpy.
Sputò ancora.
Con un tonfo sordo, come se fosse stato colpito da un proiettile di gomma, il vecchio stramazzò al suolo.
La bocca / proboscide di Calloway scomparve, subito sostituita dal sogghigno ironico. Perché, pensavate forse che potesse mancarlo?
Anzi no. I suoi lineamenti erano instabili, come se stesse perdendo coesione, o non avesse più bisogno di mantenerla.
Il cielo sopra la stazione di servizio si abbassò ancora. Un fulmine si ramificò e uno dei bracci sfiorò il tetto dell’autofficina.
Decisamente non c’era parafulmine.
Calloway spinse via Engine, anzi, la scagliò, proiettandola lontano.
Giusto.
Da uomo a uomo, così doveva finire. E se uno dei due non era un uomo, non era il caso di sottilizzare.
La parte superiore della divisa di Calloway si dissolse lasciando il posto a un torso nudo e muscoloso, a parte delle linee serpeggianti che avrebbero dovuto essere delle bandoliere.
Ecco, quella sarebbe stata la sua mise in “Guy Calloway – Missione siamese” e se qualcuno pensava che ricordasse un po’ quella di Rambo, era libero di andare a dirglielo.
La destra si fuse, si modificò fino ad assumere una forma simile a una pistola, probabilmente un modello avveniristico di Glock.
La tempesta si abbassò ancora. Ora era a non più di una dozzina di metri da terra.
Il cerchio di cielo sopra Carlo e Guy Calloway, decorato da stelle e bande lattiginose che erano senza dubbio galassie lontane, era incredibilmente terso e luminoso.
Come la folle idea che aveva preso forma nella mente di Carlo e che ora la occupava tutta in un’assoluta, abbacinante epifania.
Guy Calloway allargò le braccia in una posa da pistolero (Lame rotanti). Anche Carlo fece altrettanto, ma la sua postura doveva essere piuttosto ridicola, perché il sorriso sulla faccia di Calloway, benché i lineamenti iniziassero a confondersi, come se fossero fatti di cera, si accentuò. Pioggia di fuoco.
«Be’, siamese, come ti ho già detto».
Raggio antigravità.
«Questo Universo».
Raggi cosmici.
«È troppo piccolo».
Maglio perforante.
«Per».
Boomerang elettronici.
«Tutti».
Alabarda spaziale.
«E».
«TUONO SPAZIALE!».
Fu proprio come aveva detto Engine: un bel botto.
La scarica elettrica che colpì le pompe di benzina (e che, sì, somigliava decisamente a un fulmine) non appena Carlo schiacciò l’app di Goldrake, era troppo rapida e troppo intensa perché lui potesse vederla senza rimanere accecato, tuttavia le sue palpebre (la mano è più veloce dell’occhio e qualche volta il corpo è più veloce del pensiero e per fortuna è così) si abbassarono in tempo. L’immagine ramificata, tuttavia, gli rimase impressa sulla retina.
L’esplosione proiettò Carlo verso la tavola calda, sollevandolo da terra; l’onda d’urto lo superò infrangendo la vetrina un istante prima che lui ci venisse scaraventato contro, schiantando gli scaffali.
Le assi si frantumarono, non senza spezzargli la spina dorsale in un paio di punti, uno dei quali alla base del collo, ciò non di meno riuscì a formulare un pensiero cosciente.
Avevo sempre desiderato gridarlo.

XXII

Il viso di Engine prese forma poco a poco, come se Carlo fosse diventato miope e finalmente, dopo anni di tentativi, avesse trovato gli occhiali giusti.
Si accorse delle sue mani attorno alla propria nuca e comprese che avrebbe dovuto sentirne il calore e la pressione, ma non le avvertiva.
Dietro di lei, si intravedeva Stumpy. La camicia era incenerita e al centro del petto scarno c’era una zona ustionata, come se qualcuno gli avesse applicato una ceretta troppo energica.
Piangeva.
Anche Engine aveva gli occhi lucidi.
«Ehi» disse, e Carlo comprese che era vero. Che i colpi di fulmine capitavano, anche a quelli come lui. E nella realtà, non solo nei libri. Anzi, poteva accadere un fenomeno persino più straordinario: che un fulmine cadesse due volte nello stesso posto. O che colpisse due persone alla volta. Non doveva essere un fenomeno più raro che essere risucchiati da un cesso interdimensionale.
«Ehi» rispose.
La sua vista si aprì ancora di più, anzi, si dispiegò nel cielo al di là delle spalle di Engine, verso le stelle e le galassie che brillavano come se la tempesta non fosse stato altro che una specie di autolavaggio cosmico e avesse dato loro una bella lustrata. Stelle e galassie tra cui si poteva volare per distruggere il male.
Lui non sentiva male, infatti.
Una lacrima scivolò sulla guancia di Engine, sfiorò la cicatrice, come per carezzarla, e cadde a terra.
«Mi dispiace» disse Engine.
Niente dolore. Solo un po’ di rimpianto, ma c’erano cose che ti dovevi lasciare dietro, se volevi volare via e, anche se ti rendevi conto che era un vero peccato che non aver portato con te qualcosa, o qualcuno, quando era il momento, ormai era tempo di decollare. Ecco, già non sentivi più la terra dietro di te, né il pianto di Engine che ti bagnava la faccia.
«Ehi» dicevi e sollevavi il braccio per carezzarla – non un buffetto, stavolta, una carezza – ma non ci riuscivi e non perché il tuo corpo non ti ubbidisse più, ma perché eri già lontano, oltre, e c’era solo il tempo per un ultimo, debole messaggio lanciato nell’immensità dello spazio.
«Ehi» disse Carlo «va tutto bene».
Lontano, e la luce non arrivava più. Solo qualche debole eco di parole smarrite.
«Va tutto bene» ripeté. «Sto solo lasciando un po’ di felicità».
Ed era vero.
Era felice.

Missione siamese 4/4 testo di Rubrus
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